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La casa di Marcelo Burlon

Su una collina di El Hoyo, antico ritrovo di streghe buone, Marcelo Burlon ha edificato la sua casa-factory: 600 metri quadrati che sono: «Una sorta di contenitore animato da tanti spazi di condivisione, per ospitare amici e creativi»
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Oltre 14 mila chilometri, un minimo di tre scali aerei e almeno 24 ore di viaggio. Le ultime due da percorrere in macchina, da Bariloche fino alla Provincia di Chubut, nella Patagonia andina, tra una natura fatta di laghi, fiumi cristallini, montagne e roccia viva. Quando si arriva a El Hoyo, sembra di essere ai confini del mondo. Ma è solo un viaggio di ritorno per Marcelo Burlon, che l’ha lasciata da bambino per l’Italia, dove nel 2012 ha fondato County of Milan - dopo aver lavorato nella vita notturna, organizzando feste memorabili ai Magazzini Generali e legandosi strettamente al mondo della moda. Un brand che riprende nelle stampe i temi e la simbologia di questa terra. «Per me è un posto speciale. I miei nonni materni erano libanesi, si erano trasferiti a El Bolsón (a una decina di chilometri in linea d’aria) negli anni Trenta. Il nonno era un commerciante, percorreva distanze enormi a cavallo di fattoria in fattoria, ven- dendo alimenti e oggetti di uso quotidiano. Qui è nata mia mamma e ha conosciuto mio padre, italiano». Un luogo che, in quegli anni, accoglieva una grande comunità hippie. «E ora accoglierà la mia tribù», racconta, «fatta di amici, musicisti, dj, pittori, artisti». Lo spazio non manca. Edificata su un terreno di 22 ettari, la sua nuova casa è di 600 metri quadrati. Il corpo centrale è costruito sulla roccia: «In un luogo molto energetico, si dice fosse un punto di ritrovo di brujas blancas, le streghe buone». Da qui le vetrate si aprono completamente verso la vallata e sulle altezze delle Ande, in un dialogo ininterrotto tra interno e esterno, rafforzato dall’uso di materiali locali, come il legno “lenga”, «che si trova ad alta quota, nelle Ande, ed è molto difficile da recuperare» e il ferro. «Volevo una struttura semplice, una sorta di contenitore in cui ci fossero spazi di condivisione: un grande salotto con divani, una stanza con la televisione e la consolle: ho tanti amici dj, io stesso lo sono e si improvvisano sempre feste. E una cucina gigante, dove sperimentare tutti insieme, anche se l’ultima volta c’era Marco Miglioli, chef stellato Michelin, ai fornelli. Il tavolo è di 12 metri, era il pavimento di un container che è stato lucidato e ora accoglie 35 persone». Sempre riadattando dei container, continua, «abbiamo realizzato anche le case per gli amici, sono molto semplici», ma hanno un’estetica integrata nel paesaggio, grazie agli stessi materiali: legno, ferro e vetro. «Perché nella casa centrale c’è una sola camera da letto», ride. «Tutti amici ma “a una certa”, ognuno a casa sua». Il progetto iniziale di Alejandro Sticotti, architetto tra i più noti a Buenos Aires, è stato riadattato in corso d’opera, «con l’aiuto del mio amico di infanzia Diego Breide, è stato lui il deus ex machina dell’operazione. Insieme ai ragazzi del paese. E non è stato semplice: per portare il materiale in queste zone abbiamo usato le gru e i camion, c’erano cinque tonnellate solo di cavi... ». Per gli interni ha scelto nuances naturali, declinazioni di bianco, panna, grigio, i tappeti sono disegnati da lui, in una collaborazione con Illulian, che li produce in Persia, in lana e seta; «e ogni stanza ha una stufa a legna, come usa in queste zone». La piscina esterna è riscaldata e riprende il colore dei laghi della Patagonia, un verde scuro, reso da un granito che si trova ancora a Sud, sull’oceano Atlantico, «nella zona dove passano le balene». Vicino alla casa Marcelo sta creando una galleria di arte contemporanea en plain air, con soli artisti argentini. «Ho un totem che dominerà la vallata di Luna Paiva, che ad Art Basel ha presentato lavori davvero interessanti, e un’opera in granito nero di Juan Pablo Marturano, uno scultore incredibile, che prima scala e poi scolpisce la montagna». Nella casa c’è anche una palestra «perché “bisogna allenarsi”», ma l’intenzione è anche di fare trekking. E shopping. «Supporto gli artigiani locali, in casa ho una collezione di mate intarsiati (un recipiente per bere l’omonima bibita, tipica argentina, nda). Quando arrivo con i miei amici, poi, facciamo incetta dei loro lavori». Per un senso di comunità, che è parte del suo dna ed è capace di azzerare le distanze.

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