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Darren Bader

Madre ospita (@mined_oud), la nuova mostra di Darren Baden a cura di Andrea Viliani, con Silvia Salvati e Anna Cuomo
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Nel 2011 Darren Bader ha installato due capre vive in una galleria di New York. Le capre sono rimaste lì, accanto ad altri readymade (una mappa mondiale, un tosaerba) e sculture dai materiali inaspettati (couscous, ananas). Il gioco è al centro dell’arte di Bader che si definisce uno “scultore”: la sua pratica consiste nel mettere insieme elementi complementari, oggetti di consumo, parole, immagini, animali, persone. Elementi disparati di realtà che generano relazioni insieme concrete e immaginarie. (@mined_oud) è il titolo della sua mostra al MADRE a cura di Andrea Viliani, con Silvia Salvati e Anna Cuomo, visibile fino al 2 aprile. Anche il titolo è un gioco, di parole. È la lettura al contrario del suo indirizzo mail che propone una sinestesia fra il nome di un’essenza orientale, l’allusione all’esaurimento di un filone minerario e l’apparente generazione di un palindromo. Fin dal titolo, con l’apposizione del simbolo @ e delle (), l’artista elimina i confini fra analogico e digitale, allarga il senso della mostra e il suo ambito d’esperienza che, fisicamente, si disperde e si integra con la collezione del museo costituendo una specie di mostra nella mostra piena di cortocircuiti ironici. La pratica di Bader è basata sull’inclusione e la condivisione dell’opera, che diventa spesso una creazione multi-autoriale o una forma d'intelligenza collettiva.Per questo, accanto alla presentazione delle proprie opere, Bader include interventi linguistici su alcune didascalie a muro di opere in collezione, e l’invito a far parte del suo progetto espositivo ad una serie di altri artisti. Come scrive Luca Lo Pinto nel libro d’artista che accompagna questa mostra, Bader “pianifica degli speed dates che talvolta si trasformano in matrimoni. Fa sbocciare l’amore tra due innamorati che non sanno di esserlo. Non crea, edita. Non produce, seleziona. Non rappresenta, mostra”. Il cortile interno del MADRE, per esempio, è stato trasformato in una scacchiera di dimensioni ambientali a disposizione del pubblico per tutta la durata della mostra. Se le classiche pedine verranno sostituite da altrettanti paia di scarpe (disponibili per il ritiro all’ingresso del museo), oppure da oggetti personali da poter sacrificare o guadagnare, gli spettatori potranno associarsi e divenire alfieri, regine e cavalli. Come ha fatto sulla High Line: una scacchiera vivente. Da qualche parte Duchamp, grande scacchista, starà sorridendo.

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